Giovanni Minoli: «Il canone ora si paga in bolletta e la Rai deve essere pedagogica»


Il giornalista e conduttore replica alle affermazioni di Maria De Filippi sul Corriere:
«Solo la tv commerciale non ha nessun obbligo, non si può generalizzare» di Paolo Conti

«Maria De Filippi è una grande professionista, una macchina da guerra. Ma quando sostiene testualmente “non credo che la tv debba essere pedagogica, dare modelli di comportamento”, mostra di non prendere in considerazione la realtà». Giovanni Minoli (alla Rai dal 1972 al 2013 come direttore di varie reti e conduttore del suo storico «Mixer»), da ottobre 2016 conduce per La7 «Faccia a faccia» e da cinque anni «Mix 24» per Radio 24.
Perché Maria De Filippi «non prende in considerazione la realtà», Minoli?
«Perché il suo ragionamento può valere per la tv commerciale. Ma non per “tutta” la tv: il servizio pubblico, sostenuto dal canone pagato dagli italiani, deve avere la consapevolezza di proporre modelli di comportamento. Che piaccia o meno, la tv è sempre pedagogica: e la Rai deve avere al centro del suo progetto il cittadino. Che è anche, ma non solo, consumatore perché i suoi orizzonti sono ben più ampi».
Il canone, lei dice, è una discriminante tra tv privata e tv pubblica…
«Certo. Soprattutto ora che è stato protagonista dell’unica vera riforma fiscale italiana, l’aggancio alla bolletta dell’elettricità. Si tratta di due miliardi di euro l’anno e per la Rai diventa obbligatorio proporre un palinsesto conseguente a quel canone. Altrimenti è davvero meglio venderla».
Lei pensa che la Rai di Campo dall’Orto proponga un prodotto «conseguente».
«In una mia intervista pubblica al direttore generale Rai nel maggio 2016, per il Festival della Tv a Dogliani, gli chiesi quali linee gli avesse indicato, nominandolo, l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Risposta: una tv educativa, culturale e meritocratica. Da allora nessuno ha più visto né sentito novità collegabili a quel progetto, tantomeno nel palinsesto. Manca un piano editoriale innovativo, così come manca un piano industriale e un piano per l’informazione. Un direttore editoriale per l’informazione del livello di Carlo Verdelli si è dimesso senza che il direttore generale abbia sentito il bisogno di spiegare qualcosa».
Nel quadro che lei propone, il caso Perego può apparire esemplare…
«Infatti. Perché delle due l’una. O Paola Perego è la padrona della Rai, e allora è stata giustamente licenziata ma la catena di comando, dall’ultimo funzionario al direttore di Rai1 e lo stesso direttore generale, diventa inutile. Oppure la catena di comando funziona, e allora perché punire solo lei? Vorrei ricordare che in questa Rai è accaduto anche che, un anno fa, Salvo Riina, il figlio del boss Totò, abbia potuto firmare la liberatoria per la sua intervista a “Porta a Porta” solo dopo averla rivista con i suoi avvocati. Lo stesso direttore generale lo ha considerato come un vulnus da sanare, ma non è capitato nulla».
E cosa pensa del tetto ai compensi? Non si rischia di portare la Rai fuori dal mercato?
«Ma la Rai su quale mercato deve collocarsi, su quello del canone o quello della pubblicità? Penso che il tetto sia assolutamente necessario, per la dirigenza e per le stesse star. La Rai sovvenzionata dal canone pubblico deve, a mio avviso, competere sul piano dell’innovazione, della formazione professionale di alto livello accettando la sfida globale della concorrenza sui saperi e sulla conoscenza. Dan Rather, il grande anchorman di Cbs, disse: “Attenti, la tv è un’arma più potente della bomba atomica ma con un effetto ritardato nel tempo”. Se non prestiamo attenzione, alleveremo generazioni di zombie ingovernabili. La Rai rischia di uscire dal mercato per l’abbandono di alcuni divi? Io dico: pazienza, la Rai può costruire un altro mercato, lasciando spazio a dei giovani che cresceranno come sono cresciuti loro, niente di grave. Se la fiction italiana ora è ricca di talenti, lo si deve anche a “Un posto al sole”, che dal 1996 è una vera factory di formazione delle professionalità. Una miniera per la stessa Rai e anche per la tv commerciale. È la dimostrazione che si può fare».

Fonte:corriere della sera 

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