Destra o Cinque Stelle? No, in Sicilia ha stravinto l’astensione (ed è un problema serio) – LINKIESTA


46,7%. Per una volta, anche in una notte di forchette ed exit poll, partiamo da un dato certo: alle elezioni regionali siciliane ha votato meno di un elettore su due. Meno ancora che nel 2012, quando l’affluenza si fermò un punto sopra, al 47,5%. Venti punti in meno – venti! – rispetto a dieci anni fa, quando vinse Raffaele Lombardo contro Anna Finocchiaro. Sembra niente, meno di un punto percentuale, ma tutto o quasi quel che c’è da capire sulle elezioni siciliane e sul possibile “dato nazionale” che tutti cercano – è l’ultima prova prima delle politiche, perdonateci – è tutto lì.

Perché i votanti sono diminuiti ancora, nonostante il Movimento Cinque Stelle – l’argine all’astensione per definizione – abbia quasi raddoppiato i suoi voti, nonostante quattro candidati tutto fuorché impresentabili, nonostante una competizione dall’esito non certo scontato, nonostante il presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana ha parecchio potere, sull’Isola. Niente da fare: la gente a votare non ci va più- nemmeno a Ostia, dove l’affluenza si è fermata alla percentuale, ridicola o quasi, del 36%, con un calo del 20% circa.

Segnale, questo, di un progressivo e ulteriore disinteresse dei cittadini nei confronti della politica? Anche, ma non del tutto. Sì, è vero, il dato di partecipazione alle elezioni sta calando, inesorabilmente da almeno quarant’anni, dal 93,39% delle elezioni politiche del 1976 al 72,25% delle scorse politiche del 2013. Un calo continuo, indipendente da crisi politiche e da congiunture economiche. Fisiologico, a suo modo.

In Sicilia, lo scorso 4 dicembre, per il referendum sulla riforma costituzionale di Renzi e Boschi, aveva votato il 57% degli aventi diritto, con un’affluenza che in tutto il Paese si era rivelata superiore alle previsioni ed era stata determinante per la vittoria dei No. No, spiacenti: alla gente la politica interessa ancora. Interessa un altro tipo di politica, semmai

Non è solo questo, tuttavia: in Sicilia, lo scorso 4 dicembre, per il referendum sulla riforma costituzionale di Renzi e Boschi, aveva votato il 57% degli aventi diritto, con un’affluenza che in tutto il Paese si era rivelata superiore alle previsioni ed era stata determinante per la vittoria dei No. La medesima percentuale dei votanti al referendum per l’autonomia in Veneto dello scorso 22 ottobre, superiore seppur di poco a quella degli elettori che parteciparono alle elezioni regionali del 2015. Cifre importanti, nel Paese in cui fino all’altro ieri non c’era un referendum che superava un quorum, figurarsi un referendum consultivo. No, spiacenti: alla gente la politica interessa ancora.

Interessa un altro tipo di politica, semmai: interessa se le persone possono decidere, attraverso strumenti di democrazia diretta come quello referendario, i destini politici del loro Paese o del loro territorio. Non interessa più nel momento in cui si tratta di eleggere i propri rappresentanti nelle istituzioni, di dare il proprio consenso a un partito, o a una persona. Tanto più – aggiungiamo noi – in presenza di coalizioni spurie come quella di centrodestra che nemmeno si sa se governeranno assieme, o di balcanizzazioni come quella del centrosinistra, indifferente al dibattito e ai destini del Paese. A voler essere cattivelli, pure la paventata, prossima spending review dell’Assemblea Regionale Siciliana, con il pareggio di bilancio previsto per il 2018 può aver avuto un suo ruolo: finiti i soldi, finite le promesse, finiti i voti?

Al netto delle speculazioni, se queste sono le premesse, forse i sondaggisti è bene che inseriscano anche la variabile di un crollo verticale della partecipazione al voto, nelle loro stime pure per le prossime politiche. Ed è bene pure che chi fa politica si ponga serie domande sulla legittimazione sua e delle istituzioni che rappresenta. Anche perché degli astensionisti non sappiamo nulla o quasi. Se è sfiduciato, disinteressato o semplicemente annoiato. Non sappiamo da chi è deluso, non sappiamo cosa l’abbia fatto arrabbiare, e perché. Soprattutto, non sappiamo cosa pensa su chi governerà e sulle decisioni che prenderà.

Non è questione da poco, soprattutto in un contesto come quello italiano, in cui nei prossimi anni dovranno essere prese, con ogni probabilità, decisioni molto importanti e magari pure parecchio impopolari. Istituzioni delegittimate e deboli non sono il miglior viatico possibile per il futuro, sempre si voglia continuare a essere una democrazia rappresentativa. E a ogni decisione presa senza adeguata legittimazione popolare corrispondono adeguate nemesi, come gli scorsi anni si sono incaricati di insegnarci. La prima volta è il Movimento Cinque Stelle, la seconda l’astensione di massa, la terza è terra ignota. Eccovelo, il dato nazionale. Vi piaccia o meno, fatene buon uso.

Fonte: LINKIESTA

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