Milano “città tonda” non è un’eccezione ma deve saper fare crescere l’Italia – HUFFPOST


Il segno che rappresenta meglio Milano è una linea curva. Priva di spigoli. Tonda e dunque morbida, inclusiva, solidale. Come dicono le sue mura e le sue circonvallazioni. La forma dei bastioni che racchiudono una sorta di cuore (l’hanno scoperto dei cartografi, riesaminando antiche mappe della città). E i navigli, che nella storia sono stati vie d’accesso per persone e per merci.

Milano città aperta, dunque. Le sue porte, essenzialmente, erano caselli del dazio, varchi per persone e merci, strutture per funzioni economiche. Oggi, stazioni e aeroporti, tra i più efficienti d’Europa, collegano Milano con Torino e Bologna, Verona e Chiasso, Londra e Parigi, Monaco e Francoforte tutto in un’ora. Milano centrale, in Europa. “Milano, che gente, che cambi…”, come cantava Lucio Dalla.

“Il Curvo“, si chiama l’ultimo grattacielo che sta sorgendo, nel nuovo quartiere di CityLife, su progetto di Daniel Libeskind, accanto allo “Storto“, progettato da Zaha Hadid e al “Dritto” firmato da Arata Isozaki (ospiteranno uffici di compagnie d’assicurazione, Allianz e Generali, di società finanziarie e di consulenza).

Tutta la nuova skyline milanese, d’altronde, è ricca di segni tondi: il grattacielo Unicredit di César Pelli con le sue volute circolari e il grattacielo della Regione con le sue sinuosità, che confina con la tonda piazza Gae Aulenti. Il tondo, come sanno bene tutti gli studiosi dei segni, è accogliente, comunitario, conviviale.

Milano non è un’isola, anche se cresce più e meglio che il resto d’Italia ed è metropoli esemplare di respiro europeo. “Non dobbiamo isolarci, né cadere nell’autocompiacimento”, avverte Pietro Modiano, presidente della Sea, la società di gestione degli aeroporti milanesi, l’infrastruttura cardine tra Milano e il mondo:

“Milano ha sempre avuto un ruolo nazionale, è stata un laboratorio, ha anticipato le tendenze e in diversi momenti si è tirata dietro il resto del Paese. Oggi, invece, rischia di non essere più un esempio da un’eccezione…”.

E invece “bisogna continuare ad avere quel senso di responsabilità verso il Paese che abbiamo sempre avuto. Perché se Milano pensa di essere una città-Stato che può fare da sola e non pensa a trainare gli altri perde un pezzo della sua anima”.

Milano che ricorda e che cambia, in fin dei conti, cos’è? Tante dimensioni diverse e stimolanti.

Milano è un libro: “Tempo di libri” ha aperto i battenti in Fiera, sino al 12 marzo: scrittori, incontri, dibattiti, in raccordo con “Book City” e con la Fiera del Libro di Francoforte, tutto un fiorire d’iniziative che, della metropoli, valorizzano scrittura ed editoria, creatività e industria culturale, tradizione (le passeggiate di Stendhal, le riviste e le collane di Vittorini, le poesie di Montale, l’innovazione di Gadda e poi di Eco e Arbasino) e cura per le nuove generazioni (molti i programmi per bambini e ragazzi).

“Tempo di libri”, insomma, come punto di riferimento di una serie di attività che qui convergono dal resto d’Italia e dalle principali capitali culturali del mondo.

Milano è una memoria viva: antiche e solide istituzioni culturali (La Scala, l’Orchestra Verdi, il Conservatorio, il Piccolo Teatro, il Parenti) si mettono in relazione con nuove iniziative d’arte contemporanea. Tutto è in movimento.

E alla Triennale arriva Paola Antonelli, responsabile per l’architettura e il design del Moma, il prestigioso Museum of Modern Art di New York: curerà la XXII Esposizione Internazionale del 2019. Una conferma di Milano come grande capitale del design (mentre ci si prepara alla nuova edizione del Salone del Mobile, dal 17 al 22 aprile, 1300 aziende espositrici da tutto il mondo, circa 350mila visitatori lo scorso anno).

Milano è un’economia dinamica: tra il 2014 e il 2017 è cresciuta del 6,2%, rispetto al 3,6% della media italiana e allo stesso 5,1% della Lombardia. E rispetto alla stagione precedente alla crisi del 2008, Milano ha recuperato tutto lo spazio perduto ed è sopra del 3,2%, mentre l’Italia è ancora indietro del 4,4% e la Lombardia dell’1,1%.

Crescono i servizi e l’industria (qui nel dinamismo di “Industry4.0 e di una robusta presenza internazionale), soffrono ancora le costruzioni. Tutto sommato, Milano è la migliore economia di tutto il Paese. Può fare da locomotiva, ma a condizione che anche tutto il resto del Paese ritrovi una sua solida dinamica di crescita, tra Europa e Mediterraneo (la vera scommessa politica, in questi tempi post-elettorali così incerti).

Milano è una buona scuola: la Tsinghua University di Pechino (suo il maggior incubatore d’imprese al mondo) ha preso casa in Bovisa, facendo lì il proprio polo di rappresentanza e di espansione, con un programma di stretta collaborazione con il Politecnico. Un’importante novità, per tutto il sistema formativo lombardo.

E intanto proprio il Politecnico e la Bocconi migliorano le loro posizioni nelle classifiche internazionali QS (Quacquarelli Sysmonds, una delle più note società di valutazione internazionali che confronta 4.522 università di 75 nazioni sulle capacità di fare ricerca, reputazione dei docenti e giudizi dei laureati): il Politecnico sale al 17° posto per Ingegneria, la Bocconi è al 10° per Business Management. Se il futuro sta nell’economia della conoscenza, Milano ha ottime carte in mano.

Milano è una passione per le competenze: ci si fa strada soprattutto per meriti, molto meno che in altre città per clientele e protezioni familiari. E la cultura d’impresa pretende chiarezza ed efficienza. Come nella gara per la sede dell’Ema, l’Agenzia Europea del Farmaco.

La metropoli, con tutte le carte in regola per vincere, è stata beffata dal sorteggio. Ha vinto Amsterdam, che non ha affatto le carte in regola (il cantiere del palazzo per l’Ema è nel caos, un’impresa s’è ritirata dall’appalto, ma il governo olandese lo ha nascosto alla commissione dell’Europarlamento, un grande pasticcio di sedicenti moralisti efficientisti).

Milano è un’idea di giustizia e di legalità: cresce la consapevolezza dei pericoli d’un grave inquinamento mafioso nei circuiti dell’economia e delle strutture pubbliche, non si trascurano i segnali d’allarme per la crescente presenza di ‘ndrangheta, Cosa Nostra siciliana e camorra.

E l’Assolombarda, la principale organizzazione territoriale di Confindustria, dialoga molto con Palazzo di Giustizia su efficienza ed efficacia delle attività giudiziarie e considera la legalità come pilastro essenziale della competitività di Milano (lo documentano le parole d’attenzione alle buone imprese contenute nella relazionecon cui la presidente della Corte d’Appello Marina Tavassi ha inaugurato l’anno giudiziario, il 27 gennaio).

Milano è una periferia che si prova a rammendare: gli investimenti e le iniziative del Comune, su sollecitazione del sindaco Beppe Sala, per il Lorenteggio, via Padova e il quartiere Adriano sono una indicazione importante.

Anche se restano aperte le crisi delle case di edilizia popolare dell’Aler nel quartiere Mazzini (responsabilità della Regione Lombardia, comunque e non del Comune) e “le ferite urbane della città di Ligresti“: gli edifici periferici abbandonati e oramai vuoti, frutto di una delle più rapaci speculazioni edilizie degli anni Ottanta.

Ci sono alcuni progetti di riqualificazione, per iniziativa di UnipolSai. Ma molte altre aree non attraggono capitali. “Serve il coraggio di demolire e incentivare il sostenibile”, sostiene Stefano Boeri, architetto di fama internazionale (suo il premiatissimo “Bosco Verticale” a Porta Nuova) e da poco presidente della Triennale.

Milano è un cantiere che avverte il fascino di gru, ponteggi, investimenti immobiliari internazionali. La nuova skyline è una partita da 15 miliardi, calcola l’Osservatorio Immobiliare di Mario Breglia: 4,3 arrivati nel 2017, almeno altrettanti previsti nel 2018, più quelli già arrivati dal 2013 al 2016, con un impatto cumulato sul Pil di Milano di circa 50 miliardi.

E ci sono circa 600mila metri quadri di terreni da riqualificare, tra i sette grandi scali ferroviari, Human Technopole e altre aree: una straordinaria opportunità per ridisegnare forte e funzioni di una Milano metropoli smart city che consolida e rilancia le sue funzioni all’incrocio tra economia circolare e civile (la qualità della vita) ed economia hi tech: sfida complessa, ma stimolante.

Milano è una classe dirigente capace di impegni comuni trasversali alle appartenenze politiche e di sguardo lungo sul futuro della metropoli. Lo abbiamo visto nelle battaglie per l’Expo, l’Ema, gli investimenti su Human Technopole, come cardine internazionale di investimenti e insediamenti internazionali per la ricerca, l’innovazione, le life sciences d’avanguardia.

C’è una caratteristica molto milanese, in questo processo: un’economia che, tra industria, servizi, finanza, per crescere non dipende dalla politica e dalla spesa pubblica, ma dalla competizione di mercato.

Il che rende tutti più dinamici e più liberi: gli imprenditori dal servaggio di clientele e favori, i politici dal dover sussidiare l’economia, pena la crisi, con tutte le distorsioni che ne derivano (come avviene in gran parte delle città italiane del centro-sud).

L’autonomia tra politica ed economia è un buon processo, fragile e delicatissimo, comunque. E un interessante paradigma per il resto del Paese.

FONTE: HUFFPOST

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