Come farà lo Stato a controllare le spese del reddito di cittadinanza?


La proposta del reddito di cittadinanza, sostenuta dall’attuale governo, prevede che le spese effettuate siano monitorate dallo Stato, in modo da verificare la loro compatibilità coi dettami della manovra che, a detta del vicepremier Luigi Di Maio, dovrebbe cancellare la povertà in Italia. Tralasciando le questioni di politica ed economia, in questa sede proviamo a chiarire gli aspetti tecnici legati a una mossa del genere. Insomma: come sarebbe possibile monitorare le spese effettuate dal singolo cittadino con il soldi del reddito di cittadinanza?

L’assunto di partenza è che le spese idonee andranno probabilmente fatte sfruttando il circuito bancomat. Stando alle dichiarazioni del viceministro dell’economia Laura Castelli, il cittadino, dopo aver effettuato acquisti di prima necessità (in essenza, alimenti e abbigliamento), consegnerà il proprio bancomat all’esercente il quale, tramite apposito software, scalerà l’importo dalla somma del reddito di cittadinanza, che gli verrà accreditato in giornata.

La questione ruota attorno a quel che si intende per “apposito software”.Quello che noi chiamiamo abitualmente bancomat è un consorzio italiano di bancheche, in buona sostanza, si sono accordate per un sistema unificato di prelievo e pagamenti a debito. Nel caso di un acquisto in negozio, con apposita tessera, si utilizza nello specifico il Pago Bancomat, istituito del medesimo consorzio,e che a tutti gli effetti si basa su una carta di debito.

La lettura della carta è effettuato con appositi terminali, chiamati pos(point of sale). Il terminale legge la carta e si interfaccia con un pc, uno smartphone o un tablet, gestendo tramite un software tutti i parametri della transazione tra cliente ed esercente. Questo volendo semplificare ai minimi termini un sistema pos, che in realtà è cosa molto più complessa. Dai primi anni 2000 si è diffusa una nuova tecnologia software per i pos, basata su cloud. Soluzioni, quindi, che consentono all’esercente non solo di accettare dei pagamenti, ma anche di tenere traccia degli acquisti specifici anche da sistemi non necessariamente presenti nel negozio.

Gli elementi forniti dal viceministro sono troppo pochi per stabilire se alluda a questo tipo di soluzione, ma dato che nei social sono in molti a chiedersi se sia possibile un controllo di questo tipo la risposta è assolutamente affermativa. I dati in cloud, dopotutto, sono facilmente accessibili da chiunque possa entrare in quel dato account, e non è detto che “lo Stato” non possa arrogarsi il diritto di utilizzare una sorta di backdoor, con cui controllare gli acquisti.

La vera sfida, in qualsiasi accezione la si voglia leggere, è la fattibilità legale di questo progetto. Leggendo l’unica fonte primaria sulle dichiarazione della Castelli,pare che la transazione di ogni acquisto sarà regolata tra Stato ed esercente. In pratica, il “bancomat” sarà utilizzato solo per leggere il codice della scheda, verificarne idoneità e disponibilità di denaro, e poi lasciare che sia lo Stato a transare a favore dell’esercente. Dice la Castelli: “Non ci sarà alcuno scambio di denaro: il negoziante riavrà dallo Stato in giornata la cifra spesa dal singolo cittadino, come già avviene ora con i normali acquisti. E le banche di acquirente e venditore non avranno visionato nulla”. Plausibile che questo accada con la banca del cliente, meno per quella dell’esercente, visto che il denaro accreditato, secondo logica, dovrebbe finire nel suo conto corrente.

Dai pochi elementi a disposizione possiamo tratteggiare due strade. La prima è quella di una sorta di circuito bancomat alternativo a quello tradizionale, che usa la classica scheda ma solo a scopo di riconoscimento (tant’è che, nei piani del governo, la fase successiva è rappresentata dall’utilizzo della tessera sanitaria). Tiene traccia dell’acquisto, verifica sia “legittimo”, lo scala da un credito corrispettivo al reddito di cittadinanza. Ma questo, probabilmente, richiederebbe l’installazione di un secondo lettore, o per lo meno una modifica del sistema pos, che non è certo una cosetta banale.

La seconda soluzione è che ci si appoggi, per lo meno al momento, al sistema bancomat vero e proprio. Ma qui c’è da vedere che tipo di accordo potrà nascere col consorzio. In tutti i casi, il progetto presta il fianco a diverse trovate. Per esempio, un accordo tra esercente e cliente per spartirsi transazioni su acquisti e vendite mai effettuati. Senza contare che è tutto da vedere, sotto il profilo della sicurezza digitale, l’eventuale impiego di modifiche o nuove soluzioni software e hardware. L’impressione è che il tempo a disposizione, rispetto ai termini di cui si è vociferato (aprile 2019), sia davvero poco e lasci poco spazio alla necessaria sperimentazione.

FONTE

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