Da Prodi a Renzi, il reddito di cittadinanza lo volevano tutti. E ora lo rinnegano


In principio, ormai vent’anni fa, per la seconda volta (un primo timido tentativo fu fatto dalla Commissione D’Aragona), veniva pubblicato tramite i lavori della Commissione Onofri (nella quale facevano parte nomi di illustri studiosi come Maurizio Ferrera e Chiara Saraceno), un quadro complessivo sul sistema di welfare del nostro Paese, sul livello di povertà e sulla necessità di introdurre uno schema di Reddito minimo di inserimento.

Si trattava di un rapporto utile per un progetto organico di riformapromosso dal primo Governo Prodi, quindi centrosinistra, che portò alla sperimentazione in alcuni comuni italiani del Rmi – Reddito minimo di inserimento (dove il sussidio era accompagnato da programmi di inserimento lavorativo o contrasto alla dispersione scolastica anche in età adulta). Accanto al Rmi, venne poi avviata (con il D.Lgs 469/1997) la prima riforma organica dei centri collocamento del lavoro in Centri per l’impiego, passando le competenze con la Riforma Bassanini dallo Stato alle Regioni che a loro volta passarono la competenza alle Province (scelta quanto mai impropria).

Caduto il Governo Prodi, venne il turno di Berlusconi, con il famoso Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia. Proposte per una società attiva e per un lavoro di qualità» redatto da un gruppo di lavoro coordinato da Marco Biagi e Maurizio Sacconi (con la partecipazione anche in questo caso di illustri ricercatori come Carlo Dell’Aringa, Natale Forlani e Paolo Sestito). Bene, a pagina 56 del libro si ipotizza l’introduzione di un Reddito minimo (analogo alla sperimentazione del Rmi), la creazione di un modello di condizionalità tra politiche attive e passive del lavoro e la modernizzazione dei Servizi pubblici per l’impiego. In realtà di condizionalità se ne parla anche nei regio decreti di fine Ottocento, il problema è sempre stato quello di applicarla e non normarla.

Il Governo Berlusconi propose di sostituire il Reddito minimo d’inserimento, con il Reddito di ultima istanza (Rui), uno strumento in co-partecipazione finanziaria tra Stato e Regioni nei fatti mai entrato a regime e naufragato tra mille ricorsi e dibattiti (alla fine lo strumento era una sorta di dettata alimentare). A complicare le cose è arrivata anche la sentenza della Corte Costituzionale (n.50/28 gennaio 2005), che nei riguardi della formazione professionale (da qui spesso la confusione di considerare tutto il comparto di politica attiva del lavoro) attribuisce alle regioni una competenza “concorrente” (in realtà si tratta di una competenza residuale dell’impostazione nazionale). Da questa sentenza in poi, si crea un “mostro-normativo”: venti modelli che non si parlano tra di loro, che hanno prodotto negli anni una sterminata letteratura regionale (tra leggi, decreti e linee guida) da far venire il mal di testa.

Durante i governi di centro-destra, alcune Regioni, in particolare quelle guidate dal centro-sinistra come la Campania, decisero di introdurre un reddito minimo. Come lo chiamarono? Reddito minimo di cittadinanza. Avete letto bene: 350euro al mese per famiglie con redditi annui inferiori a 5mila euro

Sempre durante i governi di centro-destra, poi, alcune Regioni, in particolare quelle guidate dal centro-sinistra come la Campania, decisero di introdurre un reddito minimo. Come lo chiamarono? Reddito minimo di cittadinanza. Avete letto bene, anche il centro-sinistra ha in passato proposto il Reddito di cittadinanza: era un sussidio di 350euro al mese per famiglie con redditi annui inferiori a 5mila euro. I risultati dello strumento hanno mostrano come la platea dei “potenziali” destinatari era più elevata di quella stimata, ma non sono mancati aspetti positivi (un timido tentativo della politica di ridurre la povertà nel territorio campano e un buon esito nel contrasto alla dispersione scolastica). Purtroppo i programmi di inserimento lavoro non hanno avuto successo, soprattutto perché la misura non è stata accompagnata da investimenti altrettanti importanti in programmi di inserimento sociale.

Nel frattempo al governo arriva Monti. Nonostante la Riforma Fornero sia nota per le modifiche al sistema previdenziale, il progetto di riforma del mercato del lavoro prevedeva anche una riforma delle politiche attive del lavoro e forse anche l’introduzione di una tutela di base, rimasti un rimpianto dell’ex ministro. Perché al momento di discutere del tema, si tornò alle elezioni.

Arriviamo agli ultimi anni. Tra le dichiarazioni più rilevanti durante le primarie a segretario del Partito democratico nel 2013, c’è stato un candidato che aveva proposto la necessità di adottare il modello svedese di collocamento (tra i più generosi in Europa come tutale sociale e investimento in servizi pubblici per limpiego): “Tre ragazzi su 100 in Italia trovano lavoro con i Centri per l’impiego, mentre in Svezia sono 41”. Questo candidato era Matteo Renzi, che come il governo Monti e Berlusconi prima di lui, durante il suo mandato ha modificato in prevalenza il quadro legislativo sui contratti di lavoro e riformato i Centri per l’impiego con i “fichi secchi”, cioè senza investirci neppure un euro. Di seguito, il governo, sempre di centro-sinistra, ha introdotto il Reddito di Inclusione (Rei), che non è altro che un Reddito di cittadinanza su piccola scala. In tutto questo, non dimentichiamo le decine di raccomandazioni europee favorevoli all’introduzione in tutti i Paesi europei di un reddito minimo di base.

È evidente come, nel lungo percorso storico, sia il centro-sinistra che il centro-destra hanno più volte tentato di introdurre il Reddito minimo in Italia, senza mai riuscirci. Sarebbe un vero peccato fallire anche questa volta, non perché si faccia uno sfavore al Movimento 5 stelle (la cui proposta può essere migliora e discussa), ma perché si danneggiano soprattutto gli italiani con bassi redditi e senza lavoro. A loro dovrebbe andare il pensiero di tutti quei politici che si dichiarano a tutela degli ultimi.

Nei confronti di questi soggetti, non basta parlare di Industria 4.0 (queste persone non se ne fanno nulla) o formazione mirata, non sono la platea per progetti di transizione scuola-lavoro: si tratta di persone povere che hanno la necessità di un sostegno immediato. Aiutiamoli, non lasciamo prevalere una forma di vendetta politica a danno della “povera” gente.

FONTE

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