Ho girato per una settimana a Milano con una mascherina anti-smog

Volevo capire se avrei respinto di più le polveri sottili o gli altri esseri umani.
Di Laura Antonella Carli 31 gennaio 2020.

A pochi giorni dal 4° Sciopero Mondiale per il Clima, indetto per venerdì 29 novembre—che è anche Black Friday, la giornata di saldi estremi istituita negli Stati Uniti (e ora estesa a grossa parte del pianeta) dopo il giovedì del Ringraziamento per alimentare gli acquisti natalizi—, l’ONU ha pubblicato un nuovo report sul cambiamento climatico.

Nello specifico, si tratta dell’Emissions Gap Report 2019 prodotto dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (o UNEP) ed è una stima dettagliata di a che punto siamo nella riduzione delle emissioni di gas serra prefissata nel 2015 con gli Accordi di Parigi. Questo obiettivo è la chiave fondamentale per contrastare l’aumento delle temperature medie globali oltre gli 1,5°C o 2°C rispetto ai livelli pre-industriali, aumento che renderebbe le conseguenze del cambiamento climatico catastrofiche.

Spoiler alert: non siamo affatto a buon punto. 

Il concetto fondamentale che si evince dal report è che abbiamo procrastinato finora una serie di azioni di mitigazione che, se anche solo implementate dal 2010, ci avrebbero permesso una trasformazione delle industrie e degli impianti energetici più lenta e agevole. Stando alle parole di Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’UNEP, “ogni anno, il report ha riscontrato che il mondo non sta facendo abbastanza. Le emissioni sono aumentate, raggiungendo un nuovo picco di 55,3 gigatonnellate di CO2 equivalenti nel 2018,” si legge nell’introduzione del report. “Se anche tutti i NDC [Nationally Determined Contribution, ovvero i piani stabiliti da ogni nazione per fare la propria parte, ndr] vengono implementati seguendo gli Accordi di Parigi, siamo ancora in corsa per un innalzamento delle temperature di 3,2°C,” entro la fine del secolo. 

Ora, prosegue Andersen, l’unica alternativa è implementare tagli massicci e urgenti alle emissioni, che “devono diminuire del 7,6 percento all’anno dal 2020 al 2030 per restare entro l’obiettivo degli 1,5°C,” scrive.

Dunque, qual è la situazione e quali sono i tagli necessari?

Il problema principale non è semplicemente che le emissioni globali di CO2 sono aumentate, raggiungendo un nuovo record, ma che il 2020—considerato un anno cardine nei piani dell’Accordo di Parigi e della conferenza di Cancun del 2010—, al momento non dà alcun segno di poter essere l’anno in cui le emissioni globali raggiungeranno il culmine, per poi cominciare a calare. Siamo ancora in crescita. 

L’altro dato fondamentale a cui guardare, scrivono gli scienziati sul report, è chi sono gli attori più importanti oggi: nonostante il suo sviluppo industriale relativamente recente, la Cina è oggi tra i principali emettitori di gas serra, con quasi 15 gigatonnellate di CO2 equivalenti emesse nel 2018 e un valore pro capite che ha raggiunto quello europeo e giapponese. 

Ma, sottolinea il report, “il flusso netto di CO2 immagazzinata [cioè legata alla produzione di un bene o servizio] va dai paesi in via di sviluppo a quelli sviluppati,” in altre parole, anche se i paesi europei riescono a ridurre le emissioni sul proprio territorio nazionale, questo successo è indebolito o nullificato dall’importazione massiccia di prodotti con una grave impronta ambientale. Includendo quindi le emissioni legate al consumo, i dati pro capite in Europa restano ancora più alti che in Cina. 

Inoltre, nonostante siano già 65 le nazioni, le megalopoli e le regioni con economie determinanti (tipo la California) che hanno dichiarato di voler portare a zero le emissioni entro il 2050, solo una manciata ha già sottoposto strategie di lungo termine all’UNFCCC; dei 20 paesi che compongono il G20 e che contribuiscono per il 78 percento alle emissioni globali, solo cinque hanno proposto o votato leggi specifiche. Il termine per l’invio di queste strategie—per quanto non obbligato perché l’Accordo di Parigi (ricordiamolo) non è vincolante—era caldamente consigliato proprio entro il 2020. 

I settori su cui, spiega il report, è necessario agire immediatamente sono soprattutto due: quello energetico e quello industriale. Nel secondo caso, le industrie più complesse da convertire sono quelle che necessitano di alte quantità di energia—per cui, al momento, non c’è un’alternativa “green” economicamente realistica—, ovvero le industrie di materiali basilari, come ferro, acciaio e cemento.

Il report insiste sulla necessità di investire in forme di energia considerate green e rinnovabili (come il solare o l’eolico) e i veicoli elettrici, sottolineando la crescita economica (ovvero: nuovi posti di lavoro) prevista per il settore dalla Global Commission on the Economy and Climate.

Il cambiamento climatico colpisce diverse parti del mondo in modo diverso e diverse sono le responsabilità e le azioni necessarie, specifica l’UNEP. Nei paesi in cui, per esempio, accedere a fonti di energia pulita è ancora pressoché impossibile, la cucina quotidiana si basa sul bruciare legna direttamente: in Africa vengono bruciati ancora ogni anno 400 milioni di metri cubi di legno solo a questo scopo, nonostante la cucina ‘pulita’ nella regione abbia il potenziale per diventare economica e sostenibile in pochi anni.

Facendo soprattutto riferimento agli Stati Uniti, il report sottolinea poi che persino rimpicciolire—letteralmente—la dimensione media delle auto potrebbe diminuirne significativamente l’impronta, sia quella legata alla produzione, che quella legata all’utilizzo quotidiano.

In più punti, il report parla della necessità di passare a usi collettivi degli spazi e dei mezzi (dalle auto alle case), arrivando anche a ipotizzare incentivi che spingano i genitori a trasferirsi in case più piccole (quindi con un’impronta di consumo minore) nel momento in cui i figli vanno via di casa. 

Non viene purtroppo fatto riferimento alla dipendenza mineraria—e il conseguente impatto ambientale dell’estrazione di terre e metalli rari—che le tecnologie coinvolte nella conversione alle rinnovabili comportano e comporteranno sempre di più in futuro (un problema con cui, anche se risolvessimo quello delle emissioni, ci troveremo a fare i conti prestissimo). 

A proposito dell’aspetto tecnologico, il report parla del problema del “digital divide”—per cui la difficoltà di accesso alle infrastrutture e ai servizi digitali rinforza situazioni di disuguaglianza sociale—e pone l’accento sulla necessità di colmare la disparità tecnologica tra paesi “per accelerare i processi di apprendimento globali e sostenere alleanze transnazionali a favore di futuri sostenibili.” Qualche riga dopo, ad ogni modo, ricorda brevemente che le applicazioni basate sui big-data sollevano problematiche legate alla privacy e “permettono il controllo della società a governi o fornitori di tecnologia monopolizzanti”, ed è quindi necessario accompagnare la diffusione delle tecnologie con “chiare strategie di governo ed etiche” per minimizzare questi rischio ed “evitare distopie digitali.”

Tra i vari “compiti a casa” elencati per continente verso la fine del documento, per quanto riguarda l’Europa (e dunque l’Italia) l’UNEP insiste sull’evitare nuovi investimenti nei combustibili fossili e nelle infrastrutture relative (come gasdotti e oleodotti), investire massicciamente nel trasporto pubblico elettrico, adeguare gli edifici perché siano più efficienti a livello energetico (ovvero, non si crei tutta la dispersione di energia e riscaldamento che si crea oggi in molte città, perché i palazzi sono troppo vecchi, mal costruiti o mal conservati) e riciclare e riutilizzare anche i grandi materiali legati alle industrie delle costruzioni e della tecnologia.

In definitiva, quello che è chiaro dal report 2019 dell’UNEP è che il 2020 è alle porte e non abbiamo ancora cominciato a fare tutto quello che dobbiamo e abbiamo promesso di fare. Procrastinare oltre non è una buona idea. “La dimensione di questi tagli annuali può sembrare sconcertante. Persino impossibile, almeno per il prossimo anno,” scrive Andersen nell’introduzione. “Ma dobbiamo tentare.”

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